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nessuna legge mi deve ostacolare, perché la valutazione morale di un'azione è soggettiva, è relativa ai punti di vista.
Viceversa, per i classici la verità è la proprietà di quel pensiero umano e di quelle affermazioni che esibiscono una conformità (un'adeguazione) alla realtà, che riferiscono fedelmente le cose, perciò è l'uomo che deve adeguarsi alla realtà e non la realtà a doversi adeguare ai suoi desideri.
Da questi pochi esempi si vede che le più gravi conseguenze del relativismo si verificano in ambito morale: se non è possibile conoscere la verità, non è possibile giudicare oggettivamente le azioni umane e dunque esse finiscono sullo stesso piano, cioè vengono considerate uguali. E, allora, le leggi debbono assecondare ogni mio desiderio (Dante dice che la regina Semiramide «Iibito fè licito in sua legge», trasformava ogni suo desiderio in legge).
La denuncia del relativismo è indiscutibilmente cruciale e giustamente di attualità(è stata pronunziata anche da non credenti come, per es., Pera e Ferrara), sia per le gravissime conseguenze morali del relativismo già accennate, sia perché, se la veritàè inconoscibile, allora ogni possibile ricerca e indagine (filosofica, estetica, scientifica, religiosa, ecc) diventa vana e sterile: non ha senso intraprendere alcuna ricerca. Insomma, il problema della confutazione del relativismo è decisivo e preliminare.
Confutazione del relativismo
Ora, il relativismo è antichissimo (cfr. già i sofisti nel VI sec. a. C, per es. Protagora: «l'uomo è misura di tutte le cose») e le sue riformulazioni sono molteplici e culminano nell'odierno «pensiero debole», il cui più famoso esponente italiano è Gianni Vattimo. Tuttavia, è quasi altrettanto antica (giàAristotele) la sua inoppugnabile confutazione. Il relativismo cade in contraddizione, perché proprio mentre dice: «la verità non esiste/è inconoscibile», pretende di dire/ conoscere una verità, cioè che: «la verità non esiste/è inconoscibile»; proprio mentre dice: «tutto è soggettivo» pretende di dire qualcosa di oggettivo, cioè che: «tutto è soggettivo»_; proprio mentre dice: «tutto è relativo», pretende di dire qualcosa di assoluto, cioè che: «tutto è relativo». Per sfuggire a questa confutazione, Vattimo presenta la sua visione relativista come un'interpretazione che non ha la pretesa di essere vera, dice (grosso modo): «io non affermo come verità che la verità non esiste/non è conoscibile [perché questa sarebbe una contraddizione]: che la verità non esista/non sia conoscibile è solo una plausibile interpretazione». Ma non riesce ad evitare la contraddizione. Infatti Vattimo avanza pur sempre la pretesa che sia vero/ conoscibile che: «la sua visione è un'interpretazione» e che «essa è plausibile».
Con ciò abbiamo riguadagnato la conoscibilità della verità, cioè possiamo riabbracciare quella concezione che si chiama realismo. Vediamo allora alcune obiezioni.
Pretendere di conoscere la verità significa trascurare la limitatezza dell’uomo?
Alcuni accusano il realismo di presunzione, lo accusano di trascurare che l'uomo è un essere finito e fragile. Ma essi confondono il realismo con l'idealismo, che avanzava la pretesa di conseguire la verità totale e definitiva, mentre il realismo dice più umilmente: «la verità è conosci bile, ma l'uomo non può conoscere tutta la verità, bensì solo alcune verità e la ricerca della verità è infinita, perché essa è inesauribile».
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